1001 Stella, romanzo di fantascienza in costruzione
2. Lyta si alza e va al lavoro
La sveglia la stava chiamando con la voce del suo attore preferito:
"Lyta, tesoro, sveglia, la colazione è pronta..."
Aprì gli occhi, e il sogno emerse nella sua mente dal mare del sonno,
come una boa liberata da sotto l'acqua. Il ricordo le apparve chiaro
e completo. Istintivamente portò una mano tra le coscie, e col suo
dito preferito controllò lo stato intimo: era calda, come sempre al
mattino, anche piuttosto umida. Fu tentata di... ma la sveglia la
riscosse, richiamandola di nuovo al dovere quotidiano.
Arricciò le labbra, e la spense con un gesto indispettito.
La sveglia, che era solo una funzione di Georgio, l'home computer,
appena spenta fece accendere gradualmente la luce, che entrava chiara
e diffusa da una finestra elettronica.
Lyta sedette sul letto e subito si vide nello specchio di fronte:
i capelli arruffati, imbronciata, gli occhi gonfi di sonno.
La voce di Georgio, affettata e morbida, le diede il buongiorno: "Ciao,
tesoro! Hai dormito bene? Oggi è il 4° della sesta luna, venerdì,
e fra tre giorni è il tuo compleanno. Come vuoi la doccia? Vuoi vedere
le notizie di oggi?"
Desiderò che Georgio tacesse, con la sua fatidiosa e avvolgente gentilezza
elettronica, ma non voleva parlargli, e così si girò bocconi e, allungando
il braccio verso il pannello accanto al letto, spense la funzione
automatica. Sfiorò il comando manuale della colazione e il carrello
scivolò obbediente davanti a lei, uscendo dal mobile-cucina.
Nel silenzio si udivano i rumori delle stanze vicine, a causa della
insonorizzazione mal fatta. Sentì la vecchia vicina di fianco che,
come al solito, battibeccava col suo computer, programmato con la
voce dell'ex marito.
Bevve solo il caffè, mangiò una porzione di alghe-formaggio e fece
riporre il resto.
Scese dal letto e si sedette nella vasca toilette, ricavata in una
nicchia del monolocale.
Fece i suoi bisogni, poi la vasca la pulì, la lavò e le praticò un
idro-shiatzu tonificante.
Nel pettinarsi riprese un po' di buonumore: si guardò allo specchio
e fu fiera dei suoi capelli veri, lunghi, nerissimi e lucenti. Li
aveva ereditati dalla nonna, che era di origine sudamericana. Le donne
e gli uomini dell'Eurasia non avevano più i capelli, dopo il disastro
delle Guerre Antiche. Erano state le armi atomiche.
[Può invece essere una moda quella di eliminare i capelli e sostituirli
con parrucche sintetiche perfettamente uguali ma variabili].
Gli africani li avevano, ma erano corti e crespi.
Non che questo si notasse: le parrucche biosintetiche erano del tutto
identiche ai capelli veri, anzi, permettevano di cambiare foggia e
colore tutti i giorni, mentre i suoi erano sempre uguali. Ma amava
la sensazione che le davano, e l'autenticità che sentiva nel curarli,
lavarli, accarezzarli. E nel farseli accarezzare, naturalmente...
La vasca-toilette l'asciugò con getti d'aria profumata e rinfrescante.
Si pulì il viso con la schiuma detergente, si tracciò due linee scure
sotto gli occhi e mise un rossetto color mattone, secondo la moda
dell'anno. Uscì dalla vasca ed estrasse dal distributore un vestito
di carta, bianco, una semplice tunica corta, senza maniche.
Sul vestito bianco mise una cintura rosso scuro e orecchini dello
stesso colore, e infilò un paio di scarpe rosse, basse.
Prese la borsa da lavoro e fece per uscire, poi si ricordò che era
senza mutande. Ci pensò un istante. Decise di metterle, ne prese un
paio, sempre di carta, e le infilò.
Prima di uscire riaccese Georgio: "Questa sera ceno fuori, che mi
cerca mi può trovare da Khalima, dopo le sei e venti.
Aprì la porta e uscì.